Abbiamo sentito in questi mesi ed anni, davvero tante opinioni sull’utilità o meno di portare l’educazione Gender nelle scuole. Tra le tante informazioni ed a volte forvianti opinioni, abbiamo deciso di dire la nostra, limitandoci ad osservare, prima di tutto, l’essere umano ed a rispettarlo nelle sue molteplici forme.

Innanzitutto, dobbiamo chiarire che Essere gay o lesbiche non è una scelta, ma una predisposizione biologica sulla quale solo successivamente intervengono fattori socio ambientali, culturali ed educativi. Addirittura, esisterebbe una sorta di “gene gay” situato in una zona dell’ipotalamo che determinerebbe in maniera diretta l’orientamento sessuale di uomini e donne.
A sostenere la bandiera della biologia nella guerra culturale tra chi afferma che gay si nasce e chi invece crede che gay si diventi (e quindi l’omosessualità sia anche una condizione reversibile, o una patologia da curare) è uno scienziato statunitense, Simon LeVay, omosessuale e attivista del movimento gay.

L’essere gay non si apprende

Lo studio contiene molte altre tesi, che confermano l’ipotesi di una predisposizione biologica all’omosessualità. LeVay fa una rassegna dei differenti orientamenti sessuali nella società occidentale contemporanea e nelle diverse culture ed epoche storiche e mostra come le persone eterosessuali, gay o bisessuali siano presenti praticamente in tutte le culture, pur ricordando come i modi di pensare l’orientamento sessuale delle donne e degli uomini influiscano successivamente sui modi in cui si esprime l’omosessualità nelle diverse società. Passa poi in rassegna le teorie non biologiche sull’orientamento sessuale (dalla tradizionale teoria freudiana basata sull’influenza di madri iperprotettive e padri assenti, alle teorie comportamentiste, che definiscono l’orientamento sessuale come l’esito di un apprendimento) dimostrandone l’incapacità di spiegare adeguatamente la diversità dell’orientamento sessuale delle persone.

Buona parte del libro è infine impiegata a spiegare empiricamente la tesi della differenza biologica. LeVay si chiede se esistano differenze tra persone gay ed eterosessuali durante l’infanzia e la risposta è positiva. “Sia studi retrospettivi che prospettici che seguono i bambini fino all’età adulta concordano: i bambini che alla fine diventeranno gay sono diversi, atipici e non conformi in un certo numero di tratti rispetto al genere” e il fatto che i bambini pre-gay soprattutto siano non conformi rispetto al genere è “coerente con un modello biologico dell’orientamento sessuale”. LeVay indaga anche il ruolo degli ormoni sessuali nello sviluppo dell’orientamento sessuale, analizzando una serie di esperimenti in cui i ricercatori hanno manipolato artificialmente i livelli di ormoni sessuali di animali durante lo sviluppo, ottenendo un mutamento dell’orientamento sessuale.
All’obbiezione, infine, su come sia possibile, da un punto di vista biologico, che esistano persone omosessuali, in altre parole come si spieghi la trasmissione di fattori genetici che inducono un comportamento che può ridurre il successo riproduttivo dei loro portatori, LeVay e altri studiosi rispondono che questo sarebbe compensato da un aumento della fertilità delle femmine lungo la via materna. In sostanza, la maggior fecondità delle nonne e delle zie materne di maschi omosessuali bilancerebbe la trasmissione del “gene gay”.

LeVay lo riassume così: le origini dell’orientamento vanno ricercate nell’interazione tra gli ormoni sessuali e il cervello in via di maturazione. Queste interazioni sono ciò che predispone lo sviluppo della nostra mente verso un certo grado di “mascolinità” o di “femminilità”. Più specificamente, lo sviluppo sessuale è regolato da una sequenza di interazioni, simile a una cascata, tra geni, ormoni sessuali e cellule del corpo e del cervello in sviluppo. Processi che non avvengono in completo isolamento dal mondo esterno, ma interagiscono con i fattori ambientali, sviluppandosi poi in maniera diversa nei diversi individui, portando a differenti orientamenti sessuali. Ma non è solo il cervello delle persone gay ad essere differente (e funzionare in maniera diversa): LeVay cita alcuni studi che sembrano aver individuato piccole differenze anatomiche, come la proporzione degli arti e del tronco. Differenze sottili, ma rilevabili, tra etero e omosessuali sono riscontrabili anche in comportamenti inconsapevoli come lo stile della camminata e le caratteristiche della voce.

 

Paura di diventare gay?

Vi sono esperienze “traumatiche” che possono portare alla scoperta di elementi di sé prima ignoti. Ad esempio un undicenne che subisce abuso da un uomo: più che “diventare” gay, il ragazzino si rende conto di esserlo nel momento in cui l’abuso, più che essere traumatico e sconvolgente (perché è tale se l’esperienza contrasta con la sua stessa natura), risulta piacevole ed eccitante.

Considerando che molti si scoprono omosessuali a seguito di cottarelle verso persone dello stesso sesso, piuttosto che da esperienze “traumatiche”, è abbastanza chiaro che non sono quelle a far “diventare” omosessuali, ma piuttosto c’era già questa natura nella persona.

E’ un po’ come per un ragazzo di 11-12 che subisce abuso da una donna adulta. Se è etero, la cosa gli potrà piacere (a seconda del carattere). Ma nessuno si sognerebbe di dire: “Eh, è diventato etero perché è stato abusato da una donna adulta quando era piccolo”.

La “sessualità” (il tipo di rapporto che si ha con il sesso), che si sviluppa con le esperienze che ne determinano la natura (una sessualità più o meno repressa, compulsiva, libera o difficoltosa), è diversa dall'”orientamento sessuale” (l’attrazione per un sesso, l’altro o entrambi).

Non si è mai sentito dire “Quello è DIVENTATO etero a seguito dell’esperienza X”.

Allo stesso modo, non si spiega perchè si debba dire “Quello è DIVENTATO gay a seguito di quella esperienza”.

Infatti tale affermazione se invertita, ha del bizzarro. E’ come dire che l’uomo non abbia un orientamento sessuale ben definito, ma che esso sia indeterminato fino a quando non si facciano certe esperienze che lo delineino.

Anche l’Italia è pronta ad “allinearsi”?

Purtroppo molte idee o riforme partite da concetti di alto valore etico, vengono contaminati da interessi, a volte politici a volte economici ed ecco che sulla scia delle grandi potenze dell’Occidente, anche la Scuola italiana pare essere sul punto di fare un irreversibile “aggiornamento” ideologico in chiave gender. Nel nostro Paese, tuttavia, tale cambiamento sembra essere proposto in maniera meno traumatica e più surrettizia, spesso giocando sui cavilli verbali e sulle ambiguità del linguaggio burocratico e, soprattutto, contando sull’enorme disinformazione delle masse rispetto a tali temi.

Già sotto il governo Monti, l’allora ministro del Lavoro con delega alle Pari opportunità Elsa Fornero ha approvato delle “linee guida” (presentate con l’impegnativo titolo di Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere) che successivamente sono state confermate e finanziate con 10 milioni di euro dal governo Letta.

Ma di cosa di tratta, esattamente?

In concreto, le “linee guida” (redatte, è bene evidenziarlo, con il contributo esclusivo di organizzazioni gay e lesbiche) prevedono dei “corsi di aggiornamento” per insegnanti di ogni ordine e grado, allo scopo di creare dei

«percorsi innovativi di formazione e di aggiornamento per dirigenti, docenti e alunni sulle materie antidiscriminatorie, con un particolare focus sul tema Lgbt e sui temi del bullismo omofobico e transfobico […]. In particolare la formazione dovrà riguardare: lo sviluppo dell’identità sessuale nell’adolescente; l’educazione affettivo-sessuale; la conoscenza delle nuove realtà familiari».

Legata a tale progetto, vi è anche la controversa vicenda della produzione degli opuscoli redatti dall’UNAR (sigla che sta per Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni Razziali) dall’accattivante titolo Educare alla diversità a scuola, una sorta di sussidi formativi per insegnanti.

Su questi testi, fra l’altro, si afferma che, per evitare la discriminazione, «gli insegnanti devono evitare […] analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa (cioè che assume che l’eterosessualità sia l’orientamento normale)», dato che tali analogie potrebbero tradursi nella pericolosa assunzione che «un bambino da grande si innamorerà di una donna». Segue un vero e proprio vademecum per riconoscere «l’individuo omofobo», che di solito è di «età avanzata » ed è accecato da un alto «grado di religiosità» e di «ideologia conservatrice »; si andrebbe così dall’«omofobo di tipo religioso che considera l’omosessualità un peccato» a quello «scientifico, che la considera una malattia», fino ai «genitori omofobi». Si consiglia, inoltre, agli insegnanti di portare gli alunni “eterosessuali” a provare a immedesimarsi con gli “omosessuali” e di mettere gli alunni «in contatto con sentimenti ed emozioni che possono provare persone gay o lesbiche». Ci sono storielle, attività e strumenti anche per questo, e a tale scopo vengono proposti alcuni documentari come Kràmpack, in cui la masturbazione fra due ragazzi è presentata come esplorazione e “gioco”, e L’altra metà del cielo, che racconta «le vite di donne che amano altre donne» che «si sono scontrate con l’omofobia della propria famiglia».

Nel caso di questi opuscoli, tuttavia, la reazione tempestiva del FONAGS, il Forum Nazionale delle Associazioni dei Genitori della Scuola, ha indotto il Ministero dell’Istruzione a ordinare il ritiro di questi testi, a cui ha addirittura fatto seguito una lettera ufficiale di scuse, inviata al Ministero dall’UNAR stesso, che riconosceva di avere portato avanti il progetto… senza aver pensato di presentarlo e condividerlo prima con il Ministero (cosa che, per legge, avrebbe dovuto fare).

Per una volta, dunque, la tipica strategia della lobby gay, (che come spesso accade perdono il punto di vista dei singoli interessati, della base) di “bruciare i tempi”, allo scopo di porre amici e avversari di fronte al “fatto compiuto”, sembra non avere pagato.

Gli asili come terreno di conquista

Nemmeno gli asili, tuttavia, sembrano essere preservati dalla propaganda gender. Negli ultimi tempi, infatti, in molti istituti materni della Penisola hanno fatto la loro apparizione dei testi graficamente adattati a bambini in età prescolare, in cui vengono proposti i temi più cari alla cultura omosessualista: l’esistenza di “famiglie gay”, la possibilità di avere “figli” grazie agli “uteri in affitto” eccetera. Un esempio di questa “letteratura” è il libricino di Francesca Pardi dal titolo Perché hai due papà?, edito dalle edizioni Lo Stampatello. Nella presentazione del libricino sul sito della casa editrice, la finalità di questa produzione è esplicitamente quella di scrivere un racconto per chiarire le idee ai bambini, ma anche agli adulti.

Questa “fiaba gay” per bambini piccoli narra la storia di Tommaso e Franco, due uomini che si amano e vogliono mettere su famiglia (con bambini); siccome, però, in natura due uomini non possono rimanere “incinti”, Franco e Tommaso vanno in America, dove, afferma il testo, ci sono delle donne che possono decidere di far crescere nella propria pancia i bambini che non potrebbero nascere, e lo fanno perché pensano sia meraviglioso avere dei figli e aiutare chi non può averli. Al termine della gravidanza, quindi, nasce Lia, che ha due papà; nessuno di loro l’ha portata nella pancia, ma, insiste il testo, «entrambi insieme l’hanno messa al mondo». Nelle pagine successive, poi, Franco, Tommaso, Lia e Andrea (nel frattempo, infatti, un altro bimbo è arrivato con le stesse modalità) prendono una casa al mare e casualmente (!) si ritrovano come vicine una coppia di donne, Meri e Franci, con i loro “figli”. Particolare interessante, nella spiaggia delle vacanze disegnata nel libro sono presenti unicamente coppie omosessuali e una donna da sola con i figli: non vi è alcuna famiglia formata da un uomo e da una donna, quando sarebbe utile, se di integrazione vogliamo parlare, mantenere tutte le parti attive.

Ancora più recente è il “progetto” portato avanti negli asili del Comune di Trieste dal titolo Il gioco del rispetto, che, al di là del nome piuttosto “neutro”, come si legge sull’opuscolo informativo, mira

«a verificare le conoscenze e le credenze di bambini e bambine su cosa significa essere maschi o femmine, a rilevare la presenza di stereotipi di genere e ad attuare un primo intervento che permetta loro di esplicitare e riorganizzare i loro pensieri, offrendo ai bambini anche un punto di vista alternativo rispetto a quello tradizionale».

Estremamente espliciti sono i “giochi” proposti nell’ambito del progetto, che prevede, tra l’altro, un esperimento chiamato “Se fossi”, durante il quale i bambini, utilizzando dei costumi, si travestono. «I bambini e le bambine», è scritto nelle schede informative, «potranno indossare dei vestiti diversi dal loro genere di appartenenza e giocare così abbigliati».

Il progetto è stato parzialmente sospeso in seguito alle veementi proteste di molte famiglie per i suoi contenuti “ideologici” e per il fatto di non essere state sufficientemente informate dei contenuti di queste attività; si può però scommettere che progetti di questo tipo continueranno a essere proposti nelle scuole italiane, anche perché nel mondo del gender sembra sempre più affermarsi un atteggiamento esplicitamente autoritario che pare voler fare a meno del consenso delle masse e mettere tutti di fronte al fatto compiuto.

Pertanto se davvero si vuol parlare di educazione sana, è opportuno che il personale scolastico, le famiglie, sia realmente documentati ed educati all’ambito e che le corporazioni di settore, evitino propagande esclusiviste optando per una reale politica inclusiva.

Attendiamo di essere stupiti ancora dalle idee riformiste del nostro Ministro all’Istruzione, sperando di essere meravigliati per una volta positivamente.

 

 

2 Commenti

  1. Salve ,vi seguo da quando avete aperto la pagina ,sono mamma e ho partecipato alle manifestazioni a Roma,sui vaccini la pensiamo uguale.
    Però leggendo questo articolo rimango sconcertata.
    In particolare questa frase:

    Vi sono esperienze “traumatiche” che possono portare alla scoperta di elementi di sé prima ignoti. Ad esempio un undicenne che subisce abuso da un uomo: più che “diventare” gay, il ragazzino si rende conto di esserlo nel momento in cui l’abuso, più che essere traumatico e sconvolgente (perché è tale se l’esperienza contrasta con la sua stessa natura), risulta piacevole ed eccitante……

    ’ un po’ come per un ragazzo di 11-12 che subisce abuso da una donna adulta. Se è etero, la cosa gli potrà piacere (a seconda del carattere). …….

    Vi rendete conto di quello che scrivete? Lo sapete che la teoria gender vuole pian pianino far accettare la pedofilia come un rapporto d’ amore naturale?

    Quello che scrivete è grave molto grave.
    A nessun bambino che sia gay o etero piace essere abusato ,per tutta la vita starà male per ciò che ha subito ! Voi con questi scritti vi mettete sullo stesso piano dello pseudo mediatore culturale che scrisse riguardo allo stupro di Rimini ” che all inizio era un trauma poi piaceva”….. !!!!

    Svegliatevi queste teorie altro non sono che perversione e distruzione dell innocenza dei bambini ,per rispettare le diversità basterebbe l’ educazione civica e l’ educazione dei genitori !
    In Inghilterra cosi come in America non si lascia il tempo ai bambini di scoprire chi sono ,gli praticano le cure ormonali per impedire la pubertà cose folli e se appoggiate tutto questo anche voi lo siete.

    • Signora siamo concordi..l’articolo è molto lungo e complesso. Legga fino in fondo..lì vedrà che si chiude il cerchio proprio in linea con quanto dice. Ci riscriva pure

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