Sicurezza, luogo di produzione e tracciabilità sono un set di elementi fondamentali per la decisione di acquisto di un determinato prodotto alimentare. Altra caratteristica fondamentale è la marca del prodotto e la fiducia che il consumatore ripone in essa. Ma cosa succederebbe se tutte le marche a disposizione nei supermercati fossero legate tra loro? Se tutto ciò che acquistiamo e mangiamo fosse di proprietà di pochi produttori?

Sembrerebbe impossibile nell’era della globalizzazione, ma invece è proprio quello che accade. Infatti, più di 500 marchi che quotidianamente troviamo nello scaffale del supermercato fanno capo a solamente 10 grandi produttori alimentari o meglio, a delle multinazionali dell’industria alimentare.

In ordine sparso troviamo: Pepsico, Nestle, Coca-Cola, Unilever, Danone, Kellog’s, Associated British Food, Mondelez (ex Kraft) , Mars e General Mills. Sono questi i grandi signori del cibo che decidono cosa mettere nelle nostre tavole. Analizzando il fatturato, la Nestlé è prima (90,3 miliardi di dollari) la Pepsicola con 66,5 miliardi segue in seconda posizione, poi Unilever (60 miliardi), Mendelez (55 miliardi) e Coca-Cola con 44miliardi di fatturato annuo. In fondo alla classifica la Kellogg’s con 13 miliardi di dollari.

Questa concentrazione di potere ha portato nel tempo non pochi problemi, anche di tipo sociale. Infatti se l’industria alimentare, con i suoi prodotti ricchi di zuccheri e grassi, contribuisce a creare il problema del sovrappeso, allo stesso modo contribuisce alla fame nel mondo. Sembrerebbe un paradosso ma è così. I più poveri, le persone che soffrono la fame, lavorano affinché le persone benestanti possano mangiare e aumenta così il problema del sovrappeso. I due problemi sono strettamente collegati tra loro.

Inoltre, dato il potere economico che esercitano le grandi multinazionali dell’alimentare, è lecito chiedersi se non influiscono anche sulla politica legislativa dei singoli paesi, favorendo leggi più morbide per l’industria alimentare a discapito dei piccoli produttori. A tal proposito, è di pochi mesi fa, la notizia dell’eliminazione sulle etichette degli alimenti del luogo di produzione.

Tuttavia possiamo ancora difenderci e cambiare le carte in tavola. Se desideriamo avere la certezza del luogo di produzione, del processo di lavorazione o di conservazione, non ci rimane che acquistare a km zero i nostri alimenti preferiti. Rivolgetevi ai produttori che conoscete e chiedete sempre se il prodotto è biologico o meno.


La stessa situazione la possiamo trovare anche nelle Banche o nelle case automobilistiche:

L’attività bancaria negli Stati Uniti. Quattro banche dominano tutti. Nel giro di 20 anni, 4 banche ne hanno assorbite 37. In Spagna, dopo l’ultima crisi economica, lo stesso processo di consolidamento è stato istantaneo.

I media negli Stati Uniti. Nel 1983, il 90% dell’industria dei media apparteneva a 50 diverse società; nel 2001 il 90% del settore appartiene a solo 6 aziende.

Compagnie aeree:

Persino nella birra, pur essendoci molte marche, quasi tutte sono controllate da una manciata di società.

E nel mondo dell’automobile?

Potete ripetere questo esercizio con qualsiasi industria vi venga in mente. Tabacco, elettricità, società farmaceutiche. Il processo di consolidamento globale sembra inarrestabile, e se consideriamo che quanto più una compagnia è grande, tanto maggiore è l’incentivo economico che riceve un amministratore delegato, capiamo come mai continuano a formarsi oligopoli in tutti i settori, eliminando la concorrenza attraverso l’integrazione. Il passo successivo che ci resta da osservare? L’integrazione delle grandi imprese in diversi settori. Una specie di General Motors + Pepsico + Google + Pfizer + JP Morgan, per terminare con 5 o 6 grandi multinazionali che controllano la maggior parte dei mercati.

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