È con profondo entusiasmo che plaudo a questa meravigliosa iniziativa, che offre alle persone un tavolo di discussione nel quale ciascuno può esprimere liberamente le proprie problematiche, scoprire come sono comuni a molte altre persone e quindi trovare assieme e più facilmente delle soluzioni, non riconoscendosi nel “gregge” rivendicando una propria identità di soggetti politici “pensanti” e non di oggetti da governare al pari degli animali destinati al macello.

Il Decreto Legge Lorenzin è stato imposto con arroganza e supponenza, motivando tale decisione con una presunta scientificità alla quale, purtroppo, molte persone hanno ingenuamente prestato fede ed è sull’argomento scientificità che si vuole dare questo contributo, come preambolo ad uno sviluppo dei temi sulla salute e la materia medica con un ampio respiro, adeguato all’importanza che questi due fattori hanno per il genere umano.

In primo luogo bisogna chiarire che la scienza, in quanto tale, non è una verità assoluta, essa è solo una convenzione, che rispetta determinati canoni imposti dalla struttura economica e sociale che le comunità umane si danno nella loro evoluzione.

Quindi la scienza, se non è associata all’evoluzione progressiva che il genere umano non cessa di metter in atto non è da considerarsi scienza, ma dogma.

Esiste oggi un prezioso strumento di conoscenza, purtroppo non noto a molti, ed è il museo di Etnomedicina (Istituto Italiano di Etnoiatria) Antonio Scarpa, associato all’Istituto di Antropologia Fisica dell’Università degli studi di Genova, operativo dal 1973 ed encomiabilmente diretto dal Prof. Antonio Guerci, Cattedra di Antropologia, Dipartimento di Scienze Antropologiche.

Così presenta la sua materia:

L’antropologia è la più biologica tra le scienze umanistiche e la più umanistica tra le scienze biologiche. Più che una disciplina vuole essere un modo di pensare”.

Il Museo è costituito dal materiale raccolto e illustrato dal medico Antonio Scarpa, durante un quarantennio di attività svolta come studioso di Etnomedicina, attraverso i vari continenti.

Il Museo, distribuito in teche disposte lungo le pareti dell’Istituto di Antropologia, è il primo che contempli, in un unico insieme, le varie medicine indigene di tutto il Mondo.

L’esposizione degli oggetti viene completata da fotografie, didascalie e pannelli che permettono al visitatore, anche profano, di farsi un’idea immediata delle finalità scientifiche e pratiche dell’Etnomedicina ed allo studioso di orientarsi subito, trovando opportuni suggerimenti, nella ricerca di nuovi piani di studio.

Del Museo fanno pure parte una biblioteca specializzata, una fototeca e una cineteca. Anch’esse sorte per iniziativa e con materiale del dott. Scarpa.

Una sezione particolarmente ricca è dedicata alla medicina tradizionale cinese.

Ora, attualmente noi viviamo in un contesto scientifico strettamente legato al regime economico vigente, nato e cresciuto nell’area mediterranea e che ha invaso tutto il pianeta grazie al potenziale produttivo che ha fatto della cultura occidentale una cultura egemone, come ben sappiamo, non certo condivisa, ma imposta con la forza.

Lo sviluppo delle scienze e dell’industria ha inizialmente avuto degli aspetti positivi per le popolazioni occidentali, ma lo sviluppo dell’economia si è gradualmente distaccato dall’obiettivo di produrre beni di consumo atti a soddisfare i bisogni umani e di qualità della vita. Per il meccanismo della concorrenza e del credito, che sono l’anima del modo di produzione capitalistico, investimenti e produzione sono stati indirizzati a realizzare beni di scambio anziché di consumo, in quanto la finalità di un ciclo produttivo, in questo regime economico, è quella di ottenere profitto monetario, non beni di consumo.

Così ricerca, scienza e cultura si sono dovuti necessariamente adeguare alle nuove esigenze.

La crescita dei ritmi di vita, imposta dall’incremento generale ed incessante della produttività, ha influito notevolmente sul tenore e la qualità della vita, ed anche il tempo per potersi curare si è fatto via via sempre più ristretto. Questo ha determinato, fin dal 1800, delle scelte drastiche. Nonostante Ippocrate sia tuttora considerato il padre della medicina occidentale, il suo principale motto: vis medicatrix naturae, o «forza curatrice naturale», è stato messo in soffitta, al pari di altre preziose culture, per il solo fatto che non era più adeguato alle esigenze sempre più pressanti dei nuovi tempi di produzione. Per gli stessi motivi anche la visione omeopatica della medicina è stata accantonata, preferendole quella allopatica.

È stato così che con la scoperta della penicillina unitamente alle innovazioni tecnologiche, si è sviluppata la chimica, che con la farmacologia ha soppiantato gradualmente la medicina tradizionale.

Così come avviene per qualsiasi prodotto, che deve essere concepito col minor costo possibile, nel minor tempo possibile, atto a generare più profitto monetario possibile, è stata trasformata la condizione umana. Come le esigenze produttive hanno generato macchine sempre più sofisticate e specialistiche, così la scienza medica si è adeguata dividendo il corpo in settori, come una macchina qualsiasi.

Una volta un’impresa di costruzioni forniva un servizio completo, dall’impianto elettrico, a quello idraulico e a tutti gli altri servizi accessori in modo congruo alla struttura muraria. Anche il medico di una volta era così. Oggi verrebbe definito spregevolmente un “tuttologo” ma il risultato è che come quando si edifica uno stabile bisogna rincorrere gli specialisti di turno, ciascuno autonomo nel proprio lavoro e che tra loro sono subito pronti a scaricarsi le responsabilità, lo stesso avviene nel campo medico, ci sono ottimi specialisti per ogni distretto, o pezzo se preferiamo, del nostro corpo, ma tra di loro non comunicano e spesso si scaricano anche le responsabilità gli uni con gli altri.

Il tutto, nel tempo, ha creato un meccanismo perverso, per il quale vengono prodotti oggetti usa e getta e spesso utili solo a soddisfare temporaneamente ed in modo virtuale i bisogni umani, per il solo fatto che costano meno e rendono più profitti.

La ricerca si è sviluppata di pari passo con le esigenze del mercato, l’inserimento dell’informatica non ha diminuito l’orario di lavoro, ma ha dimezzato i lavoratori occupati aumentando i ritmi produttivi e di conseguenza peggiorando le condizioni di vita e di lavoro. Insomma, la scienza medica si è messa a rincorrere i problemi anziché risolverli.

Per fare un semplice esempio, comprensibile a tutti, dal momento che le case editrici devono continuare a produrre, ogni anno vengono editi nuovi libri di testo per le scuole e in numero sempre maggiore, quasi che la cultura e il sapere cambiassero di anno in anno. Se una volta alle scuole medie era sufficiente una cinghia elastica per contenere i libri alle elementari, da un po’ di anno a questa parte, i bambini si sono visti costretti sotto zaini pesanti che hanno compromesso la crescita corretta creando problemi alla colonna vertebrale. Un problema? Ma scherziamo? I problemi di salute stanno alla fabbrica medica come i terremoti alle imprese edili: sono una manna! Cosa vi è dietro un mal di schiena? Lavoro per ortopedici, fisiatri, massoterapisti, farmacie, senza contare l’indotto produttivo degli accessori.

A furia di voler guarire nel più breve tempo possibile, col minor costo possibile anche le cure si sono standardizzate e se l’introduzione e lo sviluppo della farmacologia ha abbassato le difese immunitarie e spesso creato danni, dal momento che nessun farmaco è privo di controindicazioni, anche questo non è un problema, uno stimolo in più per incrementare la ricerca e gli investimenti in questo settore.

Malattie una volta insignificanti oggi sono diventate pericolose. Un problema? Niente affatto, ci sono i vaccini! Ma per le solite esigenze produttive questi devono essere standardizzati. Ecco la tanto decantata scienza medica: la standardizzazione! Oggi se un farmaco non può essere prodotto su vasta scala, non è sufficientemente remunerativo e quindi viene accantonato, una cura una medicina non vengono valutati per la loro efficacia, ma per la loro produttività in termini di profitti monetari, non di salute.

Ecco cos’è la scienza con la quale ritengono di sostenere le sempre più scellerate scelte quotidiane, a conferma delle quali l’ammissione che le aziende produttrici di vaccini non hanno interesse a produrre monodosi; per loro è più remunerativo produrre pluridosi, poco importa se poi va a discapito della salute dei bambini.

Bene è ora di fermare questo allucinante tritacarne e l’unico modo per farlo, ce lo sta insegnando il decreto Lorenzin, è quello di mobilitarsi e produrre attraverso quelli che sono i nostri reali e materiali bisogni, come la salute dei nostri bimbi, le argomentazioni che fanno la vera scienza, quella che studia e risolve i bisogni umani, non i problemi del portafoglio di chi gestisce l’economia.

Alla loro scienza dobbiamo opporre la nostra e darne la maggior informazione possibile, per questo salutiamo la nascita di questa testata giornalistica con questo primo piccolo contributo, che riteniamo integrare con tutte le argomentazioni che ruotano attorno al tema della salute, nostra e dei nostri bambini!

Siamo noi che decidiamo cos’è la scienza. Siamo noi la scienza.

Buon lavoro!

 

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